La storia dell’arte è intrisa di collaborazioni, ma quando un artista commissiona la realizzazione di un’idea a un terzo, emerge una complessa questione sull’autorialità dell’opera. Il caso di Maurizio Cattelan e lo scultore Daniel Druet solleva interrogativi cruciali sulla paternità artistica, i diritti e le fortune economiche legate alle opere commissionate.

Da sempre, artisti e allievi contribuiscono al processo creativo, rendendo difficile tracciare confini netti tra le mani di chi ha partecipato. La collaborazione è profondamente radicata nell’arte, e spesso la linea tra maestro e allievo si confonde nella storia.

Nel contesto delle opere tridimensionali, la collaborazione è ancor più evidente, coinvolgendo scultori e fonditori. Tuttavia, cosa accade quando un artista famoso commissiona a un terzo di realizzare la sua visione? Chi è l’autore effettivo dell’opera: l’ideatore o il realizzatore? E quali diritti spettano a ciascuno?

Il caso emblematico è la disputa tra Cattelan e Druet. Quest’ultimo, scultore e ceroplasta, ha realizzato nove sculture commissionate dall’artista italiano tra il 1999 e il 2006, tra cui opere provocatorie come “La nona ora” e “Him”. Chi ha il diritto di essere riconosciuto come l’autore di queste opere e di godere dei benefici economici ad esse collegati?

La questione dell’autorialità nelle opere commissionate rimane intricata. La disputa Cattelan-Druet evidenzia la necessità di riflettere su nuove modalità di attribuzione dei diritti e riconoscimenti nell’arte contemporanea. In un mondo in cui la creatività è spesso collettiva, definire l’autorità artistica diventa un compito sempre più complesso e aperto a interpretazioni.

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